Il neonato ha la febbre? Ecco cosa fare seguendo le linee guida aggiornate

Ultimo aggiornamento: 15.09.19

 

Niente panico, la febbre è amica e bisogna comprenderne le cause e osservarne l’andamento. Seguire un protocollo per tenere sotto controllo il decorso rende tutto più semplice

 

Le modalità di intervento in caso di malattia non sono sempre uguali e ogni epoca è caratterizzata da cambiamenti profondi che possono tardare anni o generazioni prima di essere accettate da tutta la popolazione. Lo stesso avviene con le cure per la febbre, specie quando interessa un neonato. Si tratta di episodi spiacevoli che generano ansie e grande confusione specie nei neogenitori che non hanno altri parametri di riferimento per comprendere quale sia la soglia d’allerta.

Secondo le nuove direttive aggiornate riguardo le procedure da attuare in caso di febbre del neonato o del bambino, si registrano profondi cambiamenti. Anche l’approccio della scienza medica nei confronti delle terapie suggerite per questo disturbo sembra non avere più molto in comune con quanto si raccomandava fino a pochi decenni fa.

 

La febbre non è di per sé una malattia, ma un sintomo

Pediatri e immunologi insistono sull’urgenza di informare che la febbre di per sé non è una malattia da combattere. Si tratta invece di un sintomo, di una risposta del sistema immunitario nei confronti dell’azione degli agenti patogeni nell’organismo.

Oggi come un tempo, si continua a ribadire che quante più febbri contrae un bambino in età pediatrica, tanto maggiore sarà la capacità del sistema immunitario di irrobustirsi e differenziarsi.

Infatti la febbre rappresenta la risposta dell’organismo in difesa dall’attacco di virus e batteri. Quindi è la prova che il corpo reagisce in maniera corretta di fronte allo stimolo dell’infezione in corso. Interrompere questo delicato meccanismo alle prime avvisaglie è un rischio: non si dà modo al sistema immunitario di sviluppare correttamente la propria risposta.

Nel corso del tempo sono mutate le indicazioni rispetto ai tempi corretti per l’intervento. Oggi si considera febbre l’innalzamento di mezzo grado rispetto alla temperatura standard. Quindi già 37° rappresentano un primo segnale che qualcosa avviene nell’organismo.

Ma i pediatri sconsigliano di intervenire con gli antipiretici prima che la temperatura raggiunga, perlomeno, 38,5°. Alcuni suggeriscono di aspettare che arrivi a 39° mentre le linee guida aggiornate e diramate dalla Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale suggeriscono di intervenire solo se il bambino è in evidente stato di sofferenza.

 

 

Falsi miti che ancora creano confusione

Quindi è bene controllare l’andamento della febbre, lo stato del malato e monitorare con attenzione la durata dell’alterazione. Questi elementi sono d’aiuto per valutare la reale entità dell’infezione in corso.

Ancora nell’aggiornamento del 2016 delle Linee Guida italiane sulla gestione del segno e sintomo febbre in pediatria, si legge che la somministrazione dei farmaci deve essere ponderata con attenzione.

Infatti viene fortemente sconsigliato di alternare i due antipiretici per eccellenza, ibuprofene e paracetamolo. Inoltre si fa riferimento al fatto che sempre meno pediatri consigliano questa pratica per la gestione della febbre alta.

Gli antinfiammatori devono essere somministrati principalmente per sedare un eventuale stato di malessere e non essere usati di per sé. I bambini, in particolare i più grandicelli riescono a reggere bene anche la febbre molto alta, senza essere minimamente disturbati. A volte però, anche un innalzamento contenuto può essere associato a forte malessere e in quel caso è bene intervenire per allentare la tensione.

Un altro dei falsi miti che ruota intorno alla febbre è l’obbligo di ricorrere all’antibiotico dopo il terzo giorno di febbre. Alcuni pediatri giustificano ancora questa pratica allo scopo di scongiurare eventuali infezioni batteriche associate all’indebolimento per colpa dell’azione del virus. Questa pratica però risulta molto pericolosa, perché debilita ulteriormente il fisico del bimbo provato dalla malattia e compromette l’efficacia del sistema immunitario. La somministrazione di antibiotici va sempre prescritta dal pediatra e non può essere decisa come forma di automedicazione.

Inoltre, per essere certi dell’efficacia del principio attivo del farmaco dovrebbe sempre essere effettuato un tampone per verificare il tipo di batteri e la cura adatta da somministrare a questo scopo.

 

I consigli per la buona gestione della cura

In un decorso normale della malattia sono sufficienti tre giorni per vedere i primi miglioramenti e poco più per accertarsi della scomparsa dei sintomi legati alle comuni influenze. È importante sapere di poter contare sull’appoggio del proprio pediatra di fiducia e poter far riferimento ai suoi consigli per gestire al meglio le fasi di maggiore allerta. Sarà questa figura professionale a valutare l’entità e la gravità della situazione e determinare il tipo di intervento o l’eventuale necessità di ricovero ospedaliero nei casi limite.

In base all’età del piccolo si fa più o meno tempestiva la necessità di ricorrere all’aiuto del medico. I bebè che hanno meno di quattro settimane necessitano interventi tempestivi e controlli accurati per via della particolare fragilità. Bambini dall’anno in poi possono gestire autonomamente le aggressioni contando sui supporti noti: buona idratazione, alimentazione leggera ma costante e antipiretici all’occorrenza.

È bene evitare di coprire troppo i bambini, che dovrebbero invece avere vestiti leggeri per evitare di far alzare ulteriormente la temperatura del corpo.

 

La somministrazione dei farmaci solo se essenziale

Far prendere le medicine ai bambini non è una cosa poi così scontata. La maniera in cui si somministrano i farmaci determina buona parte dell’esito positivo della terapia.

Le linee guida aggiornate asseriscono l’importanza della somministrazione orale, migliore rispetto a quella rettale. Ma presto i genitori scoprono quanto sia più semplice usare una suppostina invece di studiarle tutte per cercare di convincere il pupo a bere la medicina.

Eppure non è un’operazione impossibile. Basta mettere da parte i ricordi d’infanzia e usare un semplice stratagemma. Una comune siringa privata dell’ago è l’arma perfetta per mandare giù la medicina, anche quella più amara, limitando il più possibile che il gusto sia captato dalla lingua del bambino.

I bebè più piccoli possono ricevere la medicina mentre succhiano al seno o dal biberon. Ai più grandetti si può cercare di chiedere un grande atto eroico, indolore ed efficace, ma da veri capitani coraggiosi.

 

 

Come misurare la febbre in maniera adeguata

Per essere certi di tenere sotto controllo l’evoluzione della malattia è bene sapere come misurare la febbre durante il suo decorso.

In casa è consigliabile avere il classico termometro con il bulbo sensibile alle variazioni di temperatura. È possibile scegliere quello analogico di vetro, riempito con una lega di metalli detta galistano, oppure si può usare il termometro digitale.

È spesso sconsigliato ricorrere ad altri sistemi che invece vengono impiegati in ambulatorio medico, possono essere difficili da usare e dare risultati falsati.

 

 

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