Diventare papà per la prima volta è un gesto eroico, se fatto bene

Ultimo aggiornamento: 12.09.19

 

Come fare per instaurare il legame tra padre e figlio quando la mamma sembra avere tutto sotto controllo?  

 

“Se fatto bene il mestiere del genitore è un atto eroico. Se fatto bene!” è la battuta che pronuncia Edna Mode, l’eccentrica stilista che disegna i costumi dei supereroi nel fortunato film d’animazione a firma Pixar. Con “Gli Incredibili – Una “normale” famiglia di supereroi” si mette in scena la cruda realtà che riguarda le famiglie: non sono sufficienti i superpoteri per portare a termine il lavoro di genitore con successo.   

Serve molto di più, e di solito non basta iscrivere all’anagrafe il bebè per prendere atto della portata e del carico che comporta diventare genitori. In particolare, diventare papà può rappresentare una vera e propria lotta per la propria sopravvivenza. Ma mentre si tarda a prendere atto del grande evento, il piccolo è già lì che ci guarda con gli occhioni pieni d’amore.

 

Diventare papà un po’ alla volta

Spesso il padre si ritrova a diventarlo senza esserne davvero partecipe, come se la faccenda non lo riguardasse. Complice una ricca iconografia classica che relega a San Giuseppe il ruolo di osservatore, spesso del tutto escluso dalle rappresentazioni che ritraggono solo Gesù Bambino e la Madonna. Non aiuta nemmeno una certa consuetudine a escludere l’uomo dal momento clou della nascita, fuori dalla stanza da letto quando si partoriva in casa, o dalla sala parto dell’ospedale fino a pochi anni fa.

Senza la possibilità di oggettivare quello che sta succedendo, cioè di comprenderne la portata e il fatto che sia tutto vero, il papà si ritrova catapultato in una nuova routine fatta di notti insonni, continue interruzioni scandite da cambi di pannolini, allattamento, pianti ed esigenze per lo più incomprensibili.

Capita di non comprendere subito quale sia il proprio ruolo, il posto da occupare in questa che sembra una diade indissolubile. Poco a poco, al padre capita di sentirsi escluso, non più amato né necessario. È una sensazione comune anche se poco funzionale al momento che si sta vivendo. È un po’ come mancare di dare soccorso a un ferito in strada. La mamma si ritrova sulle spalle il carico di tante responsabilità e lavoro mentre il compagno rimane un po’ stordito cercando di capire cosa non funziona più come una volta.

 

 

Il post partum blues del papà

Nel cartone animato Pixar il protagonista comprendere effettivamente cosa significhi essere padre solo dopo l’arrivo del terzo figlio. Nel frattempo si piange un po’ addosso, rimpiange il passato, cerca scappatelle in territori pericolosi. Col linguaggio semplice e divertente del film d’animazione per bambini, si sviluppa un tema che invece riguarda tante famiglie, un po’ in tutto il mondo.

Il papà può scivolare in una pericolosa china fatta di depressione e isolamento per il fatto di non riuscire a rientrare in carreggiata dopo che i ritmi della propria vita vengono stravolti in maniera radicale dall’arrivo del bebè. Per la mamma c’è un periodo di depressione, in cui letteralmente si allenta la pressione che tiene la donna su di giri in preda ai cambiamenti fisici, dopata da ormoni mai prodotti prima. Questo momento è in un certo senso fisiologico e le serve per prendersi il tempo di riposare e allineare i propri ritmi a quelli del piccolo.

Per il papà può non essere così facile far comprendere il proprio disagio. Potrebbe trovarsi a pensare che la sua sia un’emozione immotivata e reprimerla prima di osservarla e accettarla in tutta la sua crudezza: è iniziata una nuova fase della propria vita che richiede grande coinvolgimento attivo.

 

Prendere dimestichezza col bebè per scacciare i dubbi

Ci sono dei modi per entrare in sintonia con la nuova situazione in corso. Il migliore è sempre lo stesso: dare importanza al contatto fisico. Con il bebè ma anche con la mamma che per un po’ di tempo avrà bisogno di riprendersi dal parto e di solito vive un calo della libido.

Il piccolo non si rompe se preso in braccio, è fatto per lo più di cartilagine ed è flessibile e resistente. Si può tenere in braccio, o sul petto quando si è sdraiati. Si può poggiare sulla spalla quando il pianto inconsolabile lo agita. Cullare il bebè non è una prerogativa solo della mamma, ma un privilegio per entrambi i genitori per prendere dimestichezza, fisica, con il proprio figlio e con l’individuo che diventerà, che è.

Portare in braccio è una buona soluzione per calmare i bimbi che piangono, per portarli in giro e distrarli si può usare un buon marsupio per neonati e così non stancare le braccia e la schiena. Fare insieme il bagnetto, giocare al cucù, scattare foto e prendersi cura della mamma, preparandole da mangiare, lasciando che riposi, sostituendosi a lei per l’allattamento notturno. Sono tutti gesti quotidiani che consentono di partecipare alla vita a tre senza restare solo a osservare dall’esterno quello che succede nella propria famiglia.

 

 

Non è un fatto di istinto ma di consapevolezza

Per troppo tempo si è raccontata la favola dell’istinto come se fosse prerogativa della sola madre, o della sola donna in generale. Da qui una forte reticenza a concedere anche agli uomini certe sensazioni o persino certe professioni, specie quelle legate alla puericultura o all’insegnamento, specie per l’asilo nido o l’infanzia.

Eppure l’istinto all’accudimento non ha sesso. Non è una reazione chimica che si attiva con la gravidanza e l’aumento delle beta-hCG escludendo chiunque altro dalla possibilità di accudire un bebè. E questo è ovvio, altrimenti non potrebbero esserci le adozioni.

Sapere di poter apprendere, di potersi migliorare e creare una rinnovata consapevolezza della propria capacità d’essere padre, di essere genitore, è sufficiente per dare forza e sprono al neopapà, investito dal tornado di emozioni contrastanti.

Dare il meglio di sé è una scelta e si può fare in modo di perseguirla con volontà e determinazione. Oppure continuare a trovare scuse per non farlo e aspettare che i figli crescano. Ma non sarà di certo la stessa cosa.

 

 

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