Svezzamento e buone maniere vanno proprio d’accordo

Ultimo aggiornamento: 14.09.19

 

Passare dall’allattamento esclusivo all’alimentazione complementare senza stress e con quella grazia che richiede l’approccio alle novità

 

Svezzamento è una parola che ormai all’orecchio di molti suona stonata. Significa abbandonare il “vizio”, cioè il seno, per passare all’alimentazione semisolida e solida. Mentre ha un significato meno ideologizzato e più contestuale la corrispondente parola tedesca beikost, che significa genericamente “alimentazione complementare”. Quindi si riferisce a tutto ciò che, in generale, “non è latte”.

Insomma, il bebè non diventa un adulto autonomo e indipendente da oggi a domani. Invece acquisisce gradualmente competenze e capacità che gli permettono di abbandonare il latte, di mamma o di formula, per scegliere come comporre il proprio piatto durante i pasti della giornata. Si tratta di una fase della vita molto delicata e in grado di determinare tendenze e predisposizioni che si ripercuotono durante l’età adulta. Ecco perché la cura dei dettagli è importante tanto quanto la scelta degli alimenti da proporre al bambino in questa speciale fase che sancisce l’inizio della fine dell’età neonatale.

 

Il galateo a tavola specie da piccolissimi

È l’adulto il responsabile della scelta dell’alimentazione complementare. Man mano che il piccolo cresce aumenta la varietà e la composizione dei nutrienti necessari per garantirgli un corretto sviluppo delle capacità neuromotorie. Si tratta di una sofisticata alchimia che per almeno sei mesi viene assicurata pienamente dal latte e che man mano si articola e tinge di sfumature.

Mangiare alimenti diversi dal latte, acqua compresa, significa allo stesso tempo acquisire competenze e capacità molto specifiche che esulano dal nutrimento in senso stretto. Del resto, anche gli adulti sperimentano quotidianamente la differenza in termini di soddisfazione e appagamento tra il semplice atto di nutrirsi e l’appagamento che procura mangiare insieme alle persone care.

La ricerca del menu perfetto, con ingredienti scelti e selezionati attentamente deve essere accompagnata anche dalla particolare cura dei dettagli e i particolari. Quindi il momento della pappa può diventare il pretesto per catturare l’attenzione del piccolo e dirigerla verso quello che sta succedendo a tavola in quel preciso momento.

La consistenza degli alimenti, i colori e la loro forma, ma anche le caratteristiche delle posate, il bicchiere e il piatto che il piccolo usa, sono esplorazioni interessanti da condurre giorno dopo giorno.

 

 

Celebrare i rituali per instaurare delle sicurezze

Apparecchiare con la tovaglietta e le giuste stoviglie non è solo una questione di buon gusto ed educazione. Si tratta di affermare dei riti e delle abitudini che si svolgono con rassicurante ripetitività ogni giorno alla stessa ora, all’incirca.

Quindi sono delle tappe che scandiscono la giornata in un modo chiaro e ben identificabile, permettono al piccolo di sapere cosa aspettarsi in un determinato momento e prepararsi per affrontarlo.

Meno raccomandata è l’abitudine di ingozzare il bebè direttamente dal barattolino di omogeneizzato. Specie se questo avviene in maniera sistematica ogni giorno e non dà al piccolo l’opportunità di apprendere tramite l’osservazione e l’esplorazione.

Dichiarare a voce alta e tono allegro che è l’ora della pappa aiuta il piccolo a comprendere cosa aspettarsi. Lo stesso valore lo hanno anche i preparativi, come la disposizione ordinata di tovaglietta e piattino pronti per ricevere la pappa. E giocare a soffiare insieme se scotta aiuta tanto, a creare complicità, divertirsi e anche sviluppare la muscolatura della bocca che permetterà al piccolo di parlare correttamente.

 

I particolari contano ma senza esagerare

Come in ogni cosa, però, anche qui è importante stabilire i limiti oltre i quali è proibito spingersi. Offrire al piccolo la possibilità di lanciare ovunque cucchiaiate di micro-pastina perché possa dare pieno sfogo alle proprie pulsioni sensoriali è giusto, purché siano tutti davvero d’accordo.

Sperare che il piccolo esplori con tatto e discrezione il piatto di pasta e lenticchie proprio quando abbiamo fretta di uscire o ci troviamo in casa d’altri, è più che utopia e potrebbe generare frustrazione.

Quindi è sempre il caso di valutare il contesto di volta in volta e stabilire in che modo e come offrire al piccolo la possibilità di toccare il proprio cibo con le mani e portarlo alla bocca. Dando per scontato che non ci riuscirà al primo tentativo.

 

Meglio il seggiolone o sedere direttamente a tavola?

La scelta del posto dove si svolgono i pasti della giornata è importante ma potrebbe non essere così determinante. Ognuna delle possibili postazioni presenta vantaggi e svantaggi e anche lo stile di svezzamento determina il tipo di supporto da usare per consentire al piccolo di nutrirsi in posizione seduta.

Da quando il piccolo non sta più solo coricato è in grado di osservare con attenzione tutto quello che gli succede intorno. Già dal quarto mese comincia a mostrare interesse verso questa strana magia che fanno i genitori che portano in bocca qualcosa che poi… scompare!

In base alle esigenze di casa, la disposizione o il tipo di mobili è possibile scegliere se far accomodare il pupo direttamente a tavola con gli adulti o sul suo seggiolone.

Anche le gambe di mamma o papà sono un ottimo supporto per raggiungere il livello del tavolo senza difficoltà. Quel che conta è che il piccolo possa avere accesso al cibo e che possa essere aiutato dall’adulto se necessario senza difficoltà.

 

 

Cos’è l’autosvezzamento e perché si impone sullo svezzamento tradizionale

Il mondo della puericultura è segnato da grandi ondate di nuove mode, che non sempre riescono a superare indenni il corso degli anni e affermarsi anche tra le generazioni successive. È il caso dello svezzamento che si consigliava negli anni ’80, quando si suggeriva di introdurre alimenti diversi a partire dal terzo mese di vita. La ragione era tutta nella insufficiente composizione del latte di formula che presto si rivelava inadeguato a garantire tutti i nutrienti essenziali. Da trovare nell’alimentazione complementare.

Oggi, invece paiono affermarsi due filoni di ricerca che sostengono una certa impreparazione dell’intestino nell’elaborare cibo diverso dal latte fino al quarto mese di vita. Non è un caso che le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Salute insistano sull’importanza di allattare esclusivamente al seno per i primi sei mesi e di proseguire fino, almeno, al secondo anno alternando il latte agli altri alimenti.

D’altra parte si considera che nella finestra compresa tra il sesto e l’ottavo mese di vita sia importante mangiare alimenti diversi, quanti più possibile. In particolare gli alimenti allergizzanti. Quando l’intestino è pronto per elaborare i nutrienti che provengono dall’esterno è anche il momento per introdurre sostanze che potrebbero irritarlo perché impari a riconoscerle ed elaborarle.

In questo filone si colloca l’autosvezzamento, cioè la tendenza di assicurare al piccolo la possibilità di scegliere autonomamente quello che deve mangiare. Avendo a disposizione una tavola ricca di diversi alimenti, con consistenze, dimensioni, colori e sapori diversi il piccolo che fa da sé ha un approccio più completo all’idea di nutrimento.

 

 

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