Nuova vita ai pannolini usati in un progetto tutto italiano

 

I pannolini sporchi non si lavano più in casa, ma finiscono in discarica oppure nell’inceneritore. Il risultato è che la cura dei più piccoli sta diventando un problema serio per l’equilibrio dell’ecosistema. Si stima un ammontare di 900mila tonnellate di pannolini prodotti ogni anno in Italia, una cifra impressionante: un vero e proprio ecomostro.

La buona notizia è che esiste la tecnologia per reimmettere nel ciclo produttivo i pannolini usati. Si fa sterilizzandoli, scomponendoli nelle diverse sostanze di cui sono composti per riutilizzare la nuova materia prima seconda in diversi settori. Dall’arredo urbanistico alla produzione di oggetti di plastica, di qualsiasi tipo, compresi i cavi.

Le possibilità sono infinite così come lo è la capacità immaginativa umana. La brutta notizia è che attualmente esiste un grave vuoto legislativo che non consente di introdurre i pannolini riciclati nel ciclo produttivo.

 

Come si riciclano i pannolini

I prodotti assorbenti, quindi i pannolini per gli anziani, le donne e i bebè, sono realizzati a partire da tre ingredienti base: la plastica, la cellulosa e un polimero super-assorbente. Questo mix perfetto consente di limitare il volume finale dell’assorbente una volta pieno riuscendo contemporaneamente a trattenere grosse quantità di liquido.

Una soluzione che per molti ha rappresentato la svolta per quanto riguarda la cura e l’accudimento di soggetti deboli, gli anziani e i neonati, o la gestione del ciclo mestruale o l’incontinenza degli adulti.

La faccia oscura della medaglia sta tutta nel grave impatto che hanno questi prodotti usa e getta. Vengono restituiti all’ambiente dopo poche ore di uso e vengono stoccati in discarica per lo più oppure, in percentuale minore, vengono bruciati negli inceneritori. Di certo l’ambiente non ci guadagna in nessuna delle due opzioni.

La possibilità di immettere nuovamente i pannolini all’interno del circolo produttivo non è così remota come si pensa. Un processo già elaborato e testato consente di scindere le diverse componenti dei pannolini per isolarle e riutilizzarle singolarmente.

I pannolini usati si riciclano seguendo un protocollo molto efficace. Vengono prima sterilizzati in autoclave: il vapore ad alta pressione opera la prima pulizia efficace e provvede a una prima scissione delle materie prime. Poi un sistema di rulli si occupa di suddividere accuratamente le materie prime seconde, pronte per rientrare nel ciclo produttivo.

 

 

Tutti i numeri di un business colossale

I dati sulla produzione dei pannolini usa e getta, solo in Italia, sono impressionanti. Si stima che siano ben 7mila al minuto i pannolini gettati che formano una quantità complessiva di 900mila tonnellate di rifiuti ogni anno. Rifiuti che in questo momento non sono differenziati in maniera sistematica. Sono “solo” 12 milioni gli italiani che possono contare su un servizio di raccolta dei pannolini usati messo a disposizione dal proprio comune.

Si suppone che questo tipo di servizio, prevalentemente diffuso nel nord d’Italia, sia funzionale all’avvio del business virtuoso del riciclo. Per quanto il dato in sé sembri incoraggiante riguarda ancora solo una piccolissima percentuale di quanto prodotto annualmente.

Le stime però sono molto incoraggianti. La motivazione profonda che consente di ben sperare nella diffusione di questo tipo di riciclo sta tutta nelle proiezioni attese di guadagno e ricaduta sociale dell’investimento nel riciclo dei pannolini sporchi.

L’impatto sull’ecologia, se tutta l’Italia fosse dotata di un impianto funzionante a pieno regime, si stima in una riduzione di produzione di CO2 pari a quello emesso da 115mila automobili l’anno. La ricaduta economica è altrettanto allettante: un indotto per circa un miliardo e investimenti per 300 milioni.

 

Il progetto italiano che fa da apripista

La gallina dalle uova d’oro è tutta made in Italy (in provincia di Treviso per la precisione) e la paternità del progetto avanguardista è dell’azienda Fater Smart, una sezione della più grande Fater Spa. Quest’ultima è una società che lavora nel settore della produzione di assorbenti, una joint venture italiana con Procter & Gamble che si occupa di produrre prodotti assorbenti e commercializzarli con i noti marchi, Pampers, Lines e Tampax.

La costola Smart ha elaborato il sistema di sterilizzazione e suddivisione delle materie prime seconde che ritornano a essere impiegate per la produzione di nuovi oggetti. La cellulosa viene poi utilizzata per la produzione di carta e tessuti, la plastica per la realizzazione di oggetti diversi e i polimeri super-assorbenti possono essere impiegati in settori diversi, dalla florovivaistica alla coibentazione di cavi da collocare sott’acqua. Per la plastica il limite del riuso è solo l’immaginazione.

 

I comuni italiani già attivi nel riciclaggio dei pannolini

Non solo Treviso figura tra i comuni interessati dal progetto. Esistono già degli impianti di raccolta sparsi lungo lo stivale. In particolare si concentrano al nord ma esistono esempi virtuosi anche in centro e al sud. In particolare la Puglia brilla per la sensibilità e l’organizzazione interna per la raccolta dei pannolini.

Si valuta che la quantità di centri di stoccaggio sia destinata a crescere nei prossimi anni. La ragione è tutta nel grande potenziale racchiuso da questa tecnologia che consente di a tutti gli attori coinvolti di ottenere grandi benefici complessivi.

 

 

Cos’è il decreto End of Waste

Non mancano gli ostacoli. A fare la parte del guastafeste c’è l’attuale sistema normativo che frena, non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa, l’immissione nel mercato delle materie prime seconde liberate della loro definizione di rifiuto.

Attualmente è al vaglio del governo nazionale l’attuazione del decreto End of Waste. Si tratta di un’autorizzazione che consente alle aziende che lavorano al riciclo delle materie prime di reimmettere nell’economia nazionale il prodotto ottenuto. Le sostanze ottenute dal processo di riciclo si definiscono materie prime seconde, e attualmente possono essere vincolate nel loro uso dal fatto di essere equiparate ai rifiuti perché sono originati da questi.

Si tratta di un gap normativo non irrilevante ma che contiene numerosi elementi che fanno ben sperare. Basti pensare al sistema di raccolta e riciclaggio della carta che è gestito a livello consortile e attivo già da anni. Un ottimo spunto per creare la relativa giurisprudenza che deve definire i criteri di legittimità di questa nuova frontiera del consumo critico ed ecocompatibile.

 

 

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