La pesante ingerenza del marketing nei piatti dei bambini

Ultimo aggiornamento: 13.09.19

 

Siamo proprio sicuri di non poter prescindere dal baby food? Ecco cosa ne pensano i pediatri

 

Pare proprio che il mondo si divida tra chi non ha da mangiare e chi ne ha così tanto da aver perso di vista il suo scopo principale. E se questo può sembrare un eccessivo paradosso, è bene non sottovalutare l’importanza a livello epidemico di malattie metaboliche, legate a una cattiva alimentazione, e dei disturbi legati alla sfera del cibo, anoressia e bulimia in testa.

La stessa grande confusione attanaglia le menti dei giovani e meno giovani neogenitori che si trovano in grandi difficoltà al momento di decidere un percorso di svezzamento per il proprio bebè.

Il pupo non si trova di certo in buone mani: la pediatria nel corso degli ultimi decenni ha raggiunto nuove consapevolezze e infuso grandi incertezze riguardo il funzionamento dell’apparato digerente dei neonati. Col risultato di mischiare le carte in maniera tale che i consigli delle nonne, per la prima volta nella storia, non sono più d’aiuto quando si tratta di stabilire che alimenti proporre ai propri bimbi.

L’industria alimentare, di certo non mossa da interessi umanitari, cavalca questa grande incertezza proponendo soluzioni in grado di dare una risposta chiara e convincente ai nuovi dubbi.

 

Grande è la confusione in tema di svezzamento

I primi studi sull’autosvezzamento risalgono agli anni ’30. È il 1939 quando Clara Davis pubblica i risultati di una ricerca rivoluzionaria sulla capacità del bambino di autoregolarsi e scegliere da sé gli alimenti più adatti al suo metabolismo. Trentadue alimenti, tra verdure, frutta di origine animale, erano proposti ai piccoli assaggiatori.

È sorprendente scoprire come i piccoli fossero perfettamente in grado di scegliere con rispetto alle proprie capacità motorie, di coordinamento del movimento della mano e di masticazione, e anche di bilanciare correttamente i nutrienti.

Questi risultati evidentemente sono rimasti dormienti per decenni e nel frattempo le più svariate ipotesi sono state sviluppate da altrettanti studiosi e specialisti riguardo la capacità di metabolizzare il cibo e a che età.

Una importante variabile che ha stravolto le carte è stata l’introduzione del latte in polvere. L’uso di latte artificiale su scala globale ha un impatto radicale nello sviluppo dei bambini, dell’apparato digerente e del sistema di assimilazione dei cibi.

Non è un caso che gli studi della Davis tornino in auge proprio nella nostra epoca in cui con maggiore consapevolezza la scelta dell’allattamento naturale è espressa in termini di essenzialità.

 

 

Il baby food ha davvero ragione di esistere?

Secondo i sostenitori dell’autosvezzamento la risposta è no. Drammaticamente no. Quello che c’è a tavola ogni giorno può perfettamente sostentare l’equilibrio nutrizionale di cui il bebè ha bisogno a partire dai sei mesi di vita.

Né è così importante che il cibo sia omogeneizzato, frullato o ridotto in purea. I bimbi sono in grado di masticare anche senza denti e questo perché le gengive sono forti abbastanza da riuscire a processare i cibi soldi che si mangiano comunemente a tavola.

Il segreto per il successo dell’autosvezzamento sta tutto nell’attenta scelta della qualità degli alimenti che si consumano ogni giorno. Quindi prima di pensare all’alimentazione sana del bebè è indispensabile provvedere a equilibrare correttamente quella dei genitori.

Non tutti possono sentirsi sereni all’idea che il piccolo possa soffocarsi. Del resto, tanti tra gli operatori sanitari sconsigliano l’introduzione prematura di cibi con maggior rischio di soffocamento. Ma, ancora una volta, sarà possibile scegliere a tavola gli alimenti da proporre al bebè, magari schiacciandoli con la forchetta o rendendoli più piccoli.

In definitiva, l’argomento che più di tutti dovrebbe convincerci dell’utilità di un cibo pensato apposta per i neonati è che nel giro di qualche mese inizieranno a consumare gli stessi pasti degli adulti.

 

La prima regola per vendere: creare un bisogno

Non serve un corso in marketing applicato, questa è la regola d’oro che consente a chi vende di fare affari d’oro. Soddisfare un bisogno significa saper dare la risposta giusta alle necessità di chi compra. Se poi quel bisogno è sapientemente indotto, allora ancora meglio. Non sarà necessario dispiegare grandi energie per capire cosa serve davvero. In questa lista indubbiamente rientrerà un seggiolone mentre non necessariamente devono rientrare gli omogeneizzati.

Quindi, quello che un tempo poteva essere un vero bisogno oggi si trasforma in una condizione indotta non perfettamente aderente alla realtà delle cose. Una mela rimane una mela quando si raccoglie e sbuccia per darla al bebè, intera per i più intrepidi o grattugiata per i più prudenti. Ma se una mela diventa un omogeneizzato, allora non sarà più frutta ma il risultato di un processo di elaborazione e trasformazione.

 

Gli inganni più comuni nel cibo per lo svezzamento

Ci sono alcuni elementi che aiutano a comprendere quale sia la reale qualità dell’alimento che si dà al bimbo, specie quando si sceglie di fargli mangiare quelli processati a livello industriale. Le stesse indicazioni dovrebbero metterci in allerta anche quando scegliamo cibi confezionati per l’alimentazione del resto della famiglia.

L’aggiunta di zuccheri della frutta è il primo segnale che indica che la qualità complessiva è scarsa. È indispensabile per rendere sempre appetibile il gusto dell’omogeneizzato di frutta. Tutti abbiamo assaggiato frutta maturata al sole sulla pianta e sappiamo quanto sia diverso il sapore di quella consumata fuori stagione. E non possiamo certo credere che la frutta di stagione sia sempre disponibile in un impianto che lavora tutto l’anno.

Le farine diastasate che a volte si leggono tra gli ingredienti del baby food sono state lavorate in modo da essere rese più digeribili. L’amido subisce un processo di trasformazione che dovrebbe rendere più facile processare questi alimenti da parte di un intestino immaturo. Rimane comunque di fondo l’interrogativo sulla reale esigenza di dare comunque un alimento ritenuto inadatto, anche se parzialmente.

 

 

È difficile ragionare con la propria testa

Di fatto siamo così immersi e sottoposti a messaggi contrastanti che è comprensibile sentirsi confusi. Si potrebbe credere di fare la scelta giusta e trovare così tanti pareri autorevoli a sostegno del contrario da perderci la testa.

Le scelte andrebbero fatte in maniera coerente con il proprio stile di vita e le credenze personali. Scoprirsi a pensare che le scelte che compiamo da adulti non siano adatte a quelle di un bebè, forse dovremmo ricordarci che rappresentiamo il primo esempio per i bambini.

 

 

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