I segreti del sonno del bebè

Ultimo aggiornamento: 20.11.19

 

Il ciclo della nanna segue una regola ancestrale difficile da spezzare e che serve al piccolo per accertarsi della costante presenza dell’adulto

 

Una delle maggiori difficoltà che deve affrontare l’adulto quando si relaziona per la prima volta con un neonato è comprenderne le necessità legate al sonno. Questo che per un adulto è un momento ristoratore e, spesso, più desiderato che conquistato, per il piccolo rappresenta un potenziale pericolo.

Il cervello umano alla nascita risponde agli stimoli primordiali che ne hanno scandito l’evoluzione per oltre 200mila anni. È paradossale ma è così. Difficilmente si troveranno argomenti sufficienti per convincere un bebè appena nato di non trovarsi al centro della selva e in balia dei predatori.

Comprendere alcuni meccanismi alla base del sonno del neonato significa accompagnarlo in maniera adeguata verso l’età adulta e la conquista della sua fiducia. Pare non ci sia un nesso mentre invece è più forte di quanto si immagini.

 

Quante ore dorme un neonato

I tempi di riposo necessari al neonato per il suo corretto sviluppo sono lunghissimi. Un bebè può dormire fino a 19 ore al giorno. A volte anche di più.

Ma non sono consecutive, chiaramente. Può dormire ovunque, dal tappetino della palestrina al lettino, spesso manifestando grande predilezione per le braccia materne.

Le interruzioni in questo periodo sono continue. Man mano che il piccolo cresce e si stabilizzano i ritmi di veglia e di sonno, le ore di sonno diminuiscono nell’arco del giorno.

Ogni bebè è un universo a sé stante e potrebbe non valere per tutti la stessa regola per il sonno. Anche tra fratelli i ritmi possono cambiare e non dipendono solo dal grado di sicurezza dei genitori.

Avere a che fare con un bebè è un esercizio di grande fiducia reciproca che i genitori sono chiamati a svolgere e che richiede grande energia. Specie se si ha poca esperienza e ci si deve affidare a ricordi della propria infanzia per capire il “come si fa”.

La gravidanza di una primipara sarà costellata di racconti orrorifici di solerti amici e conoscenti sulle loro notti insonni. La verità è che non c’è una regola valida per tutti e che spesso per quanto si provi, non si riesce a indovinare subito quale sia la migliore soluzione. Ma esistono alcuni rincuoranti punti di riferimento che è utile conoscere.

 

 

Il sonno e gli istinti ancestrali

È dimostrato che il modo di fare dei neonati sia molto simile a quello rilevato per i cuccioli dei primati. Il loro comportamento è quello più vicino a quella che si suppone sia stata la scansione temporale dei nostri antenati nella notte dei tempi, almeno secondo stime che non sono campate in aria ma che rispondono a una valutazione oggettiva di alcuni aspetti che riguardano lo sviluppo cerebrale e fisico dell’uomo.

Tra tutti i mammiferi, l’uomo è quello che impiega più tempo per conquistare la totale indipendenza dall’adulto. Se un giovane puledro è in grado di correre sulle proprie zampe già dopo poco tempo dal parto, il neonato tarderà mesi per riuscire a formulare chiaramente la richiesta dei propri bisogni e anni per potersi procacciare da sé ciò di cui ha bisogno.

Non deve stupire, quindi, che il pattern comportamentale di un neonato risponda a esigenze molto stringenti. Durante il sonno il cucciolo d’uomo potrebbe essere vittima di predatori, freddo, essere abbandonato da proprio branco. Non basterà fargli constatare la presenza di un efficiente sistema di riscaldamento dotato di termostato e la dotazione di chiusure a doppia mandata a porte e finestre.

La sua sopravvivenza risponde direttamente alla necessità di risvegliarsi costantemente per verificare la presenza della mamma. Man mano che il piccolo cresce sarà sempre più alta la dipendenza verso la mamma, specie se è lei la fonte di nutrimento. È un istinto ancestrale, lo stesso che si attiva per lo più in tutte le mamme, esauste, ma pervase di una gioia inebriante.

 

Il sonno è scandito dalle tappe dello sviluppo del bambino

Man mano che il bambino cresce e cambia la sua capacità di rendersi conto dell’ambiente circostante, riconoscerlo e ricordare le fisionomie dei volti, anche il ritmo del sonno si stabilizza e diventa accettabile.

Per un adulto, al pari di qualsiasi povera bestiola privata costantemente del sonno, l’attesa di questa normalizzazione può rappresentare un ostacolo insormontabile.

Lo è. Ma è vero che il sonno segue un percorso di regolarizzazione, diventando sempre meno necessario durante il giorno e concentrato durante la notte.

In una prima fase, dunque, sarà necessario persuadere il giovane neonato che no, “la mamma non ha intenzione di abbandonarti nella selva ma ti sarà accanto a ogni tuo risveglio”. Cercare di persuadere il piccolo a dormire nella propria cameretta sin dal suo primo giorno di vita può rivelarsi controproducente.

È di certo meno impegnativo dargli da mangiare e rispondere alle sue richieste d’attenzione se tutto si svolge in una sola stanza.

 

 

Della necessità di riposarsi, tutti insieme

Passata una prima fase in cui il piccolo non è cosciente di ciò che lo circonda sarà proprio la capacità di orientarsi nello spazio e riconoscere i volti delle persone care a stabilire una ricaduta all’indietro.

Proprio quando si immagina di poter gentilmente indicare la direzione del lettino o della cameretta, il pargolo attraversa quella che viene definita “crisi d’abbandono”. Di solito si manifesta tra i 9 e i 18 mesi. Si tratta di una tappa che scandisce la crescita. Alzi la mano chi non ha mai provato quel fastidioso senso di smarrimento di fronte a una delle nuove tappe che presenta la vita, la nuova classe delle superiori, il primo giorno al lavoro…

Approfittare di questi periodi per schiacciare un pisolino ristoratore, tutti insieme appassionatamente abbracciati sul letto o svenuti sul sofà ha un doppio vantaggio. È noto che rispondere alle richieste di attenzione espresse dal bebè durante i primissimi mesi lo libera dall’ansia di non trovarsi al sicuro. Quindi serve al piccolo per costruire quella che presto sarà la sua autostima, cioè la capacità di muoversi autonomamente esplorando con sicurezza il mondo intorno a sé.

E serve anche ai genitori esausti per ricaricare le batterie. Con buona pace per le tonnellate di vestitini da lavare, i biberon da sterilizzare e le pile di piatti sporchi che aspettano il loro turno prima di entrare in lavastoviglie.

 

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