I bambolotti devono essere teneri e coccolosi, ce lo insegna il Giappone

Ultimo aggiornamento: 12.11.19

 

Le ragioni per cui ci piacciono le cose piccole e tenere non è da prendere sotto gamba, anche perché è alla base di tanti comportamenti vitali

 

La prima bambola la regala un adulto a un bambino che, tutte le altre, se le sceglierà da sé. Pare che alla base dell’impulso di giocare con le bambole, che investe indistintamente adulti e bambini, ci sia una pulsione inconscia. Alcuni studiosi si stanno premurando di indagarla, rivoltandola come fosse un guanto. 

La pulsione a prendersi cura di esseri più piccoli, per l’adulto, e il desiderio di identificarsi con qualcosa di simile, per i bambini: ecco i motori che ci spingono a giocare con le bambole. Quindi non si esagera quando si dice che i Cicciobello (controllare qui la lista delle migliori offerte) più venduti siano quelli che piacciono più alla mamma che alla figlia. L’inconscio ci guida verso specifici comportamenti, legati alla struttura del nostro cervello.

 

Kawaii è puccioso?

Il termine kawaii si riferisce a un concetto tipicamente giapponese che trova non poche difficoltà a essere tradotto in altre lingue. Non solo perché non esiste un corrispettivo diretto e con le stesse sfumature di significato, ma soprattutto perché si inserisce in un contesto culturale molto specifico.

Se la Crusca ancora non ne ha attestato l’ingresso nella lingua, la rete ha ufficialmente accettato la traduzione di questo termine giapponese con l’aggettivo puccioso e i suoi derivati diretti. Anche se a ben vedere, estremamente cacofonici. L’inglese cute e cuteness offrono un utile punto di vista, non comprensivo, sulla questione della sensibilità di una popolazione al “bello perché tenero”. L’italiano “carino” non è altrettanto efficace, visto che sfocia in sfumature di significato paradossalmente opposte, dal sarcastico all’accondiscendente. Forse noi italiani non siamo sensibili al bello della miniatura, o forse il trionfale passato rinascimentale ci rende più resistenti nei confronti di questo genere di estetica.

Fatto è che i tempi cambiano e i costumi si adeguano di conseguenza. Non si può dire che il mercato trovi resistenze particolari da parte dei consumatori italiani per prodotti pucciosissimi.

 

 

Cosa ci insegna la patria della pucciosità

Dal Giappone, patria indiscussa dello spirito kawaii, impariamo che tutto ciò che è piccolo e in miniatura suscita per lo più tenerezza e desiderio di accudimento. In misura così imponente da diventare il centro per misurare cosa succede nel cervello umano quando viene stimolato da qualcosa di troppo tenero e carino.

Ne parla in maniera approfondita un articolo uscito qualche tempo fa sulla rivista scientifica online Mosaic e ripreso da Il Post in un interessante articolo che approfondisce l’argomento.

Quello che sappiamo è che al di là del senso di armonia e stupore che provoca nel nostro cervello la visione di un’opera d’arte nel senso canonico del termine, uno stimolo forte arriva anche dalle cose piccole.

Per questo motivo si è spontaneamente portati ad accudire un bebè, anche quando non è il proprio. E pare che questo tipo di reazione sia più marcato nelle donne rispetto agli uomini, anche se non è dato conoscerne la ragione.

 

Perché prendersi cura di un bambolotto

Quando si accarezza un bambolotto, si avvolge nella coperta e si culla per farlo addormentare, una bimba ripropone sul proprio pupazzo quel che vede fare agli adulti. O almeno questa è la spiegazione che si tende a dare da un punto di vista evolutivo. Cioè per il bimbo è essenziale ripetere quel che vede fare agli adulti per potersene appropriare e comprendere quello che gli succede intorno.

Ma secondo questo particolare punto d’osservazione, cioè che tutto ciò che è piccolo suscita una sensazione positiva in chi lo guarda, i bimbi giocando con le bambole si identificano perché simili a loro. Quando nel 2016 il terremoto di magnitudo 6,2 colpì il Giappone e in particolare l’isola di Kyushu, dove si trova la prefettura di Kumamoto, il mondo intero partecipò della vicenda. In particolare, a ricevere richieste di rassicurazione sulla salute e l’integrità è stata la mascotte della prefettura, Kumamon.

Kumamon è tecnicamente un logo, un orsacchiotto nero dalle guanciotte rosse che viene usato per promuovere la regione. Viene anche realizzato in forma di gadget, in particolare peluche, e durante le cerimonie ufficiali presenzia attivamente, interpretato da un attore che ne indossa il costume. Ma è anche percepito come particolarmente kawaii o tenero, e per questo riesce a conquistare un gran numero di fan, in particolare donne. Tanto da aver suscitato tanta preoccupazione quando, all’indomani del terremoto le pagine social a lui dedicate non erano più state aggiornate.

 

Quali parti del cervello si attivano coccolando le bambole

La ricerca pubblicata su Mosaic e condotta dal giornalista Neil Steinberg mette in evidenza come si attivi un’area specifica del cervello di fronte a questo determinato tipo di stimoli.

In particolare, la visione di cose piccole e tenere procura un senso di piacere e appagamento che è quasi una costante in ogni essere umano. 

Il fenomeno fu rilevato e studiato in particolare dal controverso etologo e psicologo di origine austriaca Lorenz Konrad, il quale per primo identifica i tratti dell’infanzia che inducono i genitori a prendersi cura dei propri piccoli. il Kindchenschema è quell’insieme di tratti fisici che suscita in chi osserva una sensazione particolare di tenerezza. In particolare, non è facile restare indifferenti di fronte a guanciotte rotonde e occhioni grandi.

Questi sono gli elementi immancabili che deve possedere un bambolotto per suscitare l’appagante sensazione tipica del gioco con le bambole. Questi parametri non riguardano solo l’aspetto antropomorfo, quindi anche gli animali che presentano queste caratteristiche suscitano nel cervello umano lo stesso tipo di sensazioni.

 

 

Donne che non vogliono crescere

Lo studio prosegue indagando diversi ambiti delle conseguenze di questo speciale sentire nella cultura nipponica. Non è un caso che si addentri anche agli estremi più reconditi delle perversioni e dell’erotismo adulto. Ma quel che più si rileva, nella cultura giapponese ma se ne possono trovare paralleli anche altrove, è la particolare difficoltà a liberarsi dei vincoli dell’imperativo kawaii.

Così, le donne in particolare fanno fatica a crescere, a perdere i connotati infantili senza sentirsi mutilate del loro fascino. La cura personale per cercare di somigliare il più possibile all’ideale di sé da ragazzine raggiunge livelli totalizzanti. Non deve stupire che la moda di indossare la tipica mascherina in pubblico non sia dovuta tanto alla necessità di proteggere i polmoni dall’inquinamento, quanto di nascondere il viso perché non si ritiene adatto a essere mostrato.

 

 

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