Culla e neonato, un binomio impossibile? Coi giusti accorgimenti…

Ultimo aggiornamento: 28.05.20

 

Tanti neonati sembrano d’accordo nel considerare le braccia della mamma come unica soluzione possibile per il loro riposo. Ma la soluzione c’è, basta sapere come fare

 

Per nove mesi dentro la pancia di mamma sono stati al calduccio, avvolti in un sicuro abbraccio, protetti e cullati. All’improvviso, una volta al mondo i neonati si trovano ad affrontare il più grande cambiamento di stato che viviamo nelle nostre vite: da creature acquatiche a terresti nel giro di qualche spinta e una sudata pazzesca. Dovrebbe essere naturale pensare di dare tempo a queste creaturine di abituarsi al cambiamento di stato.

Perché pretendere che il piccolo si allontani subito dalla mamma o che la culla sia il suo unico giaciglio per il riposo? Meglio dargli tempo di comprendere che il mondo fuori è sicuro anche se diverso e del tutto nuovo.

 

Il bisogno di contatto

Dopo molti anni e migliaia di copie vendute, l’autore del famigerato “Fate la Nanna”, Eduard Estivill ha ritrattato parecchie delle sue convinzioni. È stato parecchio criticato dalla comunità scientifica per via dell’approccio estremamente duro con i neonati. Infatti, costringere i piccolissimi a dormire da soli ignorando la loro reazione, naturale, di pianto ha conseguenze gravi sullo sviluppo neuronale successivo.

Si afferma, al contrario, negli ultimi anni la teoria dell’attaccamento, un’ipotesi confermata da molti studi ed esperimenti che risalgono già agli anni ’70. Si considera che il piccolo per dormire bene, e quindi lasciar dormire, abbia bisogno di contatto con gli adulti che se ne prendono cura.

Stare vicini e trasmettere il proprio calore al piccolo appena nato attiva dei recettori neuronali che trasmettono una sensazione di sicurezza e tranquillità al bebè. Troppo piccolo per comprendere dove si trova e per stabilire se l’ambiente circostante sia sicuro, il piccolo conta su una serie di riflessi istintivi. Questi gli permettono di attuare un pattern comportamentale che ci ha permesso di sopravvivere durante centinaia di migliaia di anni di evoluzione.

 

Il cervello del bebè

Lo sviluppo intrauterino non è completo. Basta guardare ai cuccioli di altri mammiferi per comprendere che i tempi necessari a un bebè per rendersi autonomo non somigliano agli altri. Un vitello, un puledro, per esempio si alzano in piedi e corrono già un’ora dopo essere nati. Un gattino apre gli occhi dopo una sola settimana e in un mese è già in grado di allontanarsi dalla madre rendendosi indipendente.

Ma i nostri figli non sono gatti, né zebre o cavalli, hanno bisogno della vicinanza della mamma ancora per molti anni. Nelle prime fasi di vita, l’organismo del piccolo è in piena evoluzione la sua muscolatura tarda a lungo prima di dominare i movimenti, reggersi ritto sulla schiena, le braccia o le gambe. In questa fase, gran parte delle reazioni agli stimoli esterni avvengono in maniera istintiva.

Ecco perché il piccolo ha la capacità di comprendere quando si trova da solo. Questa condizione è estremamente pericolosa per gli esseri umani. Un neonato abbandonato non è in grado di sopravvivere nemmeno poche ore. 

Il primo bebè capace di superare questo limite è stato quello che ha imparato a urlare forte appena si è accorto che gli adulti di riferimento l’avevano dimenticato durante i propri spostamenti. Dalla notte dei tempi fino a oggi si è evoluta la società, le tribù sono per lo più stanziali, le case sicure e i video monitor sempre più sofisticati e in grado di percepire il minimo sospiro. Ma questo, il cervello del bebè non lo sa e urla disperato se si sente solo.

Non basterà mettere nella stanzetta la migliore culla per neonato per farlo calmare. Al piccolo servirà sentire il respiro e il calore dei genitori.

 

Come fare per non trasformarsi in letti ambulanti

Le proteste del piccolo in questa fase della vita sono molto convincenti. Agiscono su un altro recettore neuronale, stavolta presente nel cervello dell’adulto. Quello stesso recettore che ha permesso al primo bimbo urlante di non essere dimenticato e quindi di non lasciare estinguere la specie umana.

Dalla notte dei tempi fino a oggi, quel sensore è ancora attivo nell’adulto nonostante lui sia ben cosciente che in casa non ci siano belve feroci che attentano all’incolumità del bebè.

L’effetto che innesca il pianto del bebè nel cervello adulto è legato allo stato di agitazione, necessaria per stimolare una reazione immediata. Quindi non è piacevole, e questa è anche la ragione per cui le pagine di cronaca si tingono di nero e raccontano di episodi limite in cui i genitori non reggono alla pressione dell’accudimento procurando gravi danni al bebè.

Da un estremo all’altro, l’istinto di cura e protezione del bebè può portare a una conseguenza nota: avere il piccolo sempre in braccio. Drogati di endorfine e altri ormoni della gioia pura, i neogenitori tendono a coccolare il piccolo e tenerlo sempre in braccio perché è morbido, paffutello, perfetto. In preda a un innamoramento feroce, i genitori si inebriano del profumo del piccoletto pensando di non volersene più staccare.

Un po’ come fanno i runner principianti che, spinti dall’entusiasmo, si lanciano in corse a perdifiato per poi barattare la milza con un chiodo piantato nel fianco, anche i giovani genitori si ritrovano presto a non riuscire a reggere i ritmi dell’accudimento costante ed esclusivo.

Non stupisce quindi scoprire che la virtù stia nel mezzo e che questo mezzo si trovi solo osservando con attenzione le reazioni del piccolo. Sarà importante assicurarsi che il bebè si senta protetto e non soffra per colpa dell’allontanamento dei genitori, la mamma come il papà. Quando avrà preso sonno, però, basterà appoggiarlo sulla sua culla e aspettare.

La vicinanza dell’adulto e la prontezza dell’intervento a ogni richiamo del piccolo saranno utili a rassicurarlo. Il neonato comprenderà di non essere abbandonato e che i genitori saranno sempre vicino a lui quando ne sentirà il bisogno.

Più facile a dirsi che a farsi, certo. Ma questa è la strada da seguire per cercare l’equilibrio tra l’accudimento del figlio e assicurargli la necessaria indipendenza che gli permetterà di stare bene al mondo crescendo.

 

 

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